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Situato nella piana sud - orientale del Quartier del Piave, il paese presenta un toponimo dall'origine incerta; chi lo fa derivare dall'andronimo romano Maurilius con suffisso "acu", in riferimento alla penetrazione romana nei primi secoli dopo Cristo; chi da "muri" per via delle muraglie di difesa; chi da "moria" cioè campo di morte deducendolo dalla distruzione di Nosledo; infine, secondo la tradizione popolare, il nome sarebbe una corruzione dell'espressione "muore il lago" con richiamo alla zona paludosa al termine della quale sarebbe sorto l'abitato.

ORIGINI E TRASFORMAZIONI DEL COMUNE

L’ipotesi d’insediamenti risalenti all’età del bronzo è stata confermata anche dai ritro­vamenti di tombe nel territorio. Nel 1935 a Moriago furono rinvenute sette tombe romane con completo arredo funebre databile tra il II ed il III sec. d. C.; un’altra tomba ad incinerazione venne alla luce durante lo scavo per la costruzione del nuovo campanile. I centri abitati conservano la caratteristica struttura romana: un abitato raccolto entro un recinto, al quale fa da perimetro una strada carrabile.

Nel XIII secolo i vari signori, impotenti di fronte alle pressioni del Comune di Treviso che andava sempre più affermandosi nella Marca, rinunciarono ai diritti feudali di sovranità a favore del Comune, pur di ottenere la cittadinanza di Treviso e di poter quindi partecipare alla vita comunale.

Nel periodo delle invasioni barbariche, durante il Medioevo, la popolazione era situata in quattro zone considerate più sicure per via delle condizioni ambientali: a nord dell’attuale chiesa di Moriago, oltre il Rosper; al limite dei Palù; il recinto fortificato dello scomparso villaggio di Nosledo; vicino alla scarpata d’accesso alle Grave. Finite le invasioni, ci fu un ritorno ai nuclei del periodo romano ed una feudalizzazione del territorio. Nel basso Medioevo ci fu una vasta opera di bonifica grazie all’opera dei monaci dell’abbazia di Vidor.

La parrocchia più antica (San Leonardo) è quella di Moriago, si intuisce dai simboli cristiani risalenti ai secoli XIII - XIV, incisi su alcuni massi di pietra rinvenuti nella distrutta chiesa e posti nelle pareti esterne di quella nuova a forma di poligono, che poggia sulle rovine dell’antica parrocchiale distrutta dalla guerra nel 1918, al suo interno si trova una tavola del Pordenone e i famosi apostoli di Guido Cadorin: per ammirarli cliccare sulla foto della chiesa.


Pubblichiamo una relazione sullo stato delle opere della parrocchia ad opera dell'arch. Andrea Tonello

La chiesa di Mosnigo risale al 1590, e nel corso dei secoli fu più volte restaurata. L’attuale chiesa venne eretta nel 1865 dalla pietà dei fedeli e con l’offerta di 900 lire austriache dell’imperatrice Marianna d’Austria.

vecchia cartolina vecchia cartolina

Il Comune di Moriago, con la frazione di Mosnigo e la località Nosledo, fino al 1797 fu un’appendice del comune di Vidor. Da quell’anno al 1805 appartenne con Vidor al distretto di Treviso. Divenne comune nel 1807 con Mosnigo ma perse di nuovo l’autonomia tre anni dopo quando fu aggregato nuovamente alla municipalità di Vidor, cantone di Valdobbiadene, distretto di Ceneda. Ritornò autonomo nel 1819 e venne chiamato Moriago “della Battaglia” con decreto presidenziale del 1962 quale riconoscimento per la memorabile impresa del 27 ottobre 1918 che pose le premesse per la vittoria di Vittorio Veneto. Fu all’alba di quel giorno che i primi reparti d’assalto del XXIII Corpo d’Armata del generale Vaccari, passato il Piave in piena e posto il Comando a Molino Menente, sorpresero e travolsero il nemico. Il luogo ove avvenne il cruento impatto, si chiamò “Isola dei Morti”.  

STORIA RECENTE ED EVENTI IMPORTANTI

Tragedie e Calamità. Nei secoli scorsi anche Moriago fu colpito da calamità. La peste del 1629 - 1931, descritta dal Manzoni nei "Promessi Sposi", colpì anche il Veneto. Moriago fu decimata: i cadaveri furono sepolti negli orti e presso una chiesuola campestre dedicata a S. Marco, scomparsa nei secoli. Fino al 1880 esisteva in quel luogo un capitello che recava dipinte figure di appestati. A quel tragico avvenimento si ricollega anche un altro capitello a volta, sostenuto da due piccole colonne, eretto prima del 1631 sulla parete nord di casa Zancanaro. Vi era appeso un quadro della Vergine che i fedeli veneravano con singolare pietà perché, la tradizione, ricordava che la peste non aveva mietuto vittime nel territorio oltre il capitello. Il colera del 1885 era testimoniato da un capitello in Via Roma nella cui nicchia interna era stata posta una statua in legno della Vergine dei Sette Dolori. Fatto erigere in quell'anno da certo Antonio Adami - Fiorin, il capitello fu demolito nel 1961 a causa dell'allargamento della strada. In suo luogo si vede oggi un'edicoletta in marmo con una statua lignea dell'Addolorata.

la pala del pordenonevecchia foto con pino poi tagliato

L'emigrazione. Il Grande Esodo si verificò soprattutto negli anni Ottanta - Novanta dell'800. Le prime partenze si ebbero nel 1888 e poi nel 1896 quando cui molti partirono verso l'America del Sud per andare a dissodare terre vergini e conquistarsi una piccola proprietà. Il Brasile pagava il viaggio agli emigranti e concedeva loro un appezzamento di terra in proprietà, purché disboscassero la foresta e la riducessero a terreno agricolo. Gli emigranti veneti si stabilirono per lo più negli stati del Rio Grande do Sul ove diedero vita ad una serie di piccole colonie: Nuova Bassano, Nuova Treviso... Le cause vengono fatte risalire ai cattivi raccolti e alla grave crisi agraria che colpì l'Italia negli anni Ottanta dell'800, che fu particolarmente violenta per via dell'arretratezza dell'agricoltura, delle trasformazioni capitalistiche in atto nelle campagne e dell'inadeguatezza delle misure prese per fronteggiarla (protezionismo).

L'emigrazione temporanea. Per certi contadini di montagna, o di zone depresse (come Moriago), era quasi una prassi. Avveniva soprattutto in primavera ed in estate e riguardava i giovani maschi in età lavorativa che partivano per la Francia, la Svizzera ed il Belgio. Ritornavano durante l'inverno portando a casa i soldi che permettevano alla famiglia di sopravvivere. Se a spostarsi era l'intera famiglia la scelta di permanenza all'estero diventava una necessità.

Il fenomeno si blocca con la 1^ Guerra Mondiale, per continuare nel periodo tra le due guerre, contadini e mezzadri ripresero la via dell'emigrazione verso l'Europa, con la valigia di cartone e, talvolta, qualche indirizzo dato da chi era già stato all'estero ed agevolava la partenza dei compaesani.

Oltre all'emigrazione volta a trovare lavoro si unì il fenomeno del fuoriscitismo, persone antifasciste che per non rischiare la prigione o la vita stessa erano costrette a riparare all'estero.Con il fascismo s'ingrossarono le grandi proprietà terriere e i più poveri diventavano i mezzadri ed i fittavoli disposti a trasferirsi anche lontano per poter vivere (Agro Pontino e Sardegna).Dopo la 2^ Guerra Mondiale e fino agli anni Sessanta l'emigrazione continuò spopolando il Quartier del Piave.

chiesetta di s. gaetano

La tragedia del cinema. Nel 1928, il 26 febbraio, a Moriago accadde un fatto doloroso degno di un cenno visto che la eco si diffuse ampiamente anche nella intera stampa nazionale: l’incendio del cinema e la conseguente perdita della vita di 35 vittime quasi tutte giovani. In quel giorno, la famiglia Braga di Oderzo dava spettacolo cinematografico proprio in uno stanzone al primo piano del palazzo Battaglia, in pieno centro del paese. Le finestre che davano verso la strada erano protette da forti inferriate mentre le finestre poste sul cortile centrale erano libere da ostacoli. È da ricordare che Fausto Braga, coadiuvato dal figlio Pirro, non aveva ricevuto necessarie ed obbligatorie autorizzazione e la sala non era a norma di sicurezza per lo svolgimento della serata. Fu così che in quella sera e in quel posto si ritrovarono oltre 150 persone. verso le 21.30, appena iniziata la seconda parte del programma che comprendeva la proiezione di un filmato, la pellicola si ruppe e scoppiò un incendio. La folla che era agitata si accalcò vero le finestre, chiuse, e verso la porta che pare fu chiusa per evitare l’accesso ad altre persone. fu così che alcune persone si misero in fuga, chi gettandosi dalle finestre libere, chi dall’esterno (Ulisse Sernaglia) riuscì ad aprire la porta e a mettere in scampo numerose persone ma il parapetto della scala cedette e un gran numero di persone era aggrovigliato in una catasta, morendo soffocate dal fumo prodotto dalla pellicola e asfissiati. Altre persone, circa una quarantina, furono salvate da Guglielmo Testa che arrampicato su una scala, divelse una inferriata delle finestre. I funerali riuscirono imponenti dato che la celebrazione funebre svoltasi a Moriago fu celebrata nella piazza antistante la chiesa per riuscire a contenere le oltre diecimila persone convenute alla mesta cerimonia. Il rito funebre, presieduto dal Vescovo diocesano Mons. Eugenio Beccegato, fu toccante. Queste le parole del presule: “Non son venuto qui per parlare, ma per piangere per voi! Poveri figli di Sernaglia, di Moriago, di Fontigo e di Mosnigo; poveri figli miei colpiti da una sciagura che non si sa esprimere a parole. Sono qui a piangere per i figli vostri stroncati da una morte terrificante, tragica, indescrivibile. Questo suolo che ha visto cadere tante salme di giovani soldati durante la guerra, onorate in quel monumento che si chiama l’Isola dei Morti, è stato teatro di un disastro senza precedenti. Ma perché, o Signore, avete permesso questo? […] Quando il dolore ci opprime così fortemente, anche il povero Vescovo si chiude, in uno strazio intensissimo. Foste morti almeno nella vostra casa, nel vostro letto, col soccorso dei vostri cari, abbracciati e confortati dalle carezze del babbo e della mamma, del fratello e della sorella. Siete usciti una domenica sera dalle vostre case, magari senza darvi un saluto per un lecito divertimento, cos’ raro in questi figli del Piave. non ritornaste più! Ossia, alcuni ritornarono, ma morti. I parenti si sono portati via i cadaveri: peso dolce, ma nel tempo istesso opprimente, soffocante. I fratelli, nello spasimo dell’istinto di conservazione han soffocato i fratelli. Mio Dio, quale spettacolo, quale strazio! Ma non siete senza onore!”

Gli Albertini non hanno mai vissuto a Moriago, ma sono noti perché possedevano numerose terre a Moriago e Mosnigo. Essi provenivano dal Mulinetto della Croda (Refrontolo) ed avevano proprietà anche in quel di Vidor, presso l'abazia dove pure hanno abitato; In Moriago lavoravano circa 200 famiglie mezzadrili nei fondi degli Albertini. L'ultima contessa Albertini è rimasta nella memoria della nostra gente: la signora Alfonsa Miniscalchi Erizzo, vedova Albertini, che non poteva avere figli, ogni sabato ed ogni domenica apriva la sua abitazione ai bambini del paese che potevano giocare tranquillamente nel suo grande e ben tenuto giardino. La contessa è inoltre ricordata perché prima di morire ha lasciato delle terre ai suoi mezzadri di Mosnigo, senza dimenticarsi del comune al quale regalò 1.500 mq per fare una piazza a Mosnigo, che per ordine del Podestà Giovanni Durante nel 1923 prese il nome di 'Piazza Albertini'.

PERSONAGGI FAMOSI cliccando sul link si possono leggere alcune monografie di personaggi della zona, come Carlo Conte e Luigi Gai

(hanno collaborato Chiara Breda e Claudio Dalla Gasperina -testi - e Ivan Marsura - testi e foto-)

resti di antico conventotorre da camino dopo il restauroentrata da via s. roccovecchia cartolinavecchia cartolina
cappella di s. rocco
aratura coin buoiproduzione cesti

gli apostoli