Il giorno 10 novembre 2002 alla ore 11.00 a Mosnigo su un terreno nelle vicinanze della chiesa, sarà inaugurato un monumento a ricordo della figura del cav. don Angelo Frare, insignito della croce di guerra al merito per l'eroismo dimostrato durante l'invasione del 1917. Un ringraziamento che si è potuto realizzare grazie all'impegno di uomini e mezzi finanziari della Pro Loco di Mosnigo.-

(s.n.) Crediamo che per cercare di farsi un'idea di cosa volesse dire per la gente comune vivere la guerra del fronte, possa dare un contributo questo testo scritto da Don Angelo Frare, in cui vengono raccontate storie di una 'normalità' fatta di privazioni, umiliazioni, sevizie che pur sfuggendo alla cronaca della Grande Storia, arrivano a noi nel ricordo di quel prete che ha rischiato la vita camminando sul filo sulla terra di nessuno per portare un po' di sollievo a chi, disperato più di lui, viveva quel martirio.

Qui di seguito potete leggere la ralazione di don Angelo Frare al Commissario Prefettizio di Moriago scritta al termine della Grande Guerra


Ill.mo Sig. Commissario,
Perdoni se prima d’ora non ho compilato la presente: in questi ultimi giorni fui occupato nei lavori di preparazione per la venuta di Mons. Vescovo, e per di più fui anche per alquanti giorni indisposto.
La ringrazio sentitamente del suo interesse preso per me ed ora getterò giù alla buona i punti più salienti dal momento dell’invasione a tutt’oggi.
Il 4 Novembre 1917, festa solenne a Mosnigo, in cui veniva inaugurata la Statua dell’Addolorata, avvertii la popolazione nei termini seguenti: Non ho ordini da darvi e perciò non mi sento in caso di consigliarvi né di partire né di rimanere per non essere responsabile col mio consiglio del male che vi accadesse partendo o rimanendo, però vi dico che, benché io non sia vostro Parroco, io rimango con voi se voi rimanete e che parto con voi se voi partite. Ma se voi rimanete, vi avverto di tre cose: ho paura della fame;  ho paura delle granate perché siamo al fronte se i nostri, come spero, faranno resistenza al Piave; ho paura per voi giovani e donne.
I parrocchiani di Mosnigo rimasero tutti tranne nove persone requisite dal bando Cadorna, ed io rimasi con loro.
Sabato 10 Novembre 1917 arrivarono in paese le prime soldatesche ed in sulla sera assistemmo al primo spettacolo di spavento: battaglia al Piave: ponte di Vidor, arrivo di granate in paese. Ad ogni momento i tedeschi crescevano, quasi tutti gendarmi.
Rimasi con la popolazione sotto le granate, esposti ad ogni sorta di sopraffazioni, di violenze, di paure, di pericoli fino al 13 Dicembre. Descriverle la storia minuta dei 35 giorni passati al fronte mi è impossibile: le dirò solo che pel maggior bene dovetti accettare la dolorosa e difficile carica di Sindaco, le dirò che ogni mattina avevo in casa mia 10, 20, 30 donne a riferirmi di essere state soggette a spaventi ed a paure ed oltraggi durante la notte; fucili, revolver, bastoni, coltelli appuntati ed io allora correre ogni giorno dal Comando per protestare. La notte era più tremenda del giorno: la poco gradita visita delle soldatesche con le relative rapine avveniva di notte in generale. Le dirò che le donne coi bambini erano fuggite alle Rive sopra Col S. Martino per evitare il tiro delle granate, ma quando i germanici perdettero la speranza di passare il Piave, si dispersero per le rive ed avvennero violenze innominabili, allora io diedi ordine alle famiglie di far ritorno tutti in casa e morire piuttosto sotto le granate. I viveri cominciavano ormai a mancare, i cavalli vivevano a granoturco e morivano, e non le dico le mie proteste ed istanze presso il Comando per togliere questo malanno e risparmiare il grano per gli uomini.
Una notte, a mezzo botto, per ben due minuti io e mia sorella rimanemmo sotto la punta del fucile appuntato alla nostra bocca sempre in atto di sparare; mia sorella cadde per terra mezza morta, un uomo infermiccio che albergava in casa mia, girava attorno la sala e temeva sempre che, trovandosi dietro di me o di mia sorella, la palla che doveva colpire me o mia sorella, potesse colpire anche lui.
Insomma narrarle tutta la storia di 35 giorni, dal 10 Novembre al 13 Dicembre non è possibile. In tutte le maniere ho affrontato i tedeschi, ed in una delle ultime domeniche, a quei pochi che potevano venire a Messa, io ricordai le tre cose dette il 4 Novembre, già ormai avverate. Quando m’accorsi che l’ordine dello sgombero si avvicinava, per ben quattro volte girai di porta in porta presso ogni famiglia ad avvertire che a sangue freddo preparassero gli oggetti migliori in vestiti, biancheria, vitto ecc.
La popolazione di Mosnigo era destinata a Tarzo. Verso le ore 5 ant. Del 14 Dicembre i carri cominciarono a schierarsi lungo la strada con poca roba, con pochissimi viveri e con la popolazione divenuta stupida ed insensata, e fu una fortuna, perché così non poté comprendere la gravità tutta, il peso grande dello sgombero con le sue conseguenze.
Ci vollero sei ore per giungere a Solighetto, tratto di strada che si fa comodamente in due ore a piedi. Quivi giunti dovemmo fermarci parte nei campi e parte nel piazzale della Chiesa. Cercai a Solighetto e poi a Soligo dai Comandi di avere un carro, prima promesso, per ritornare a Mosnigo a prendere qualche oggetto fra i migliori in Chiesa ed i registri parrocchiali e mi fu negato. Fu passata la notte nei granai dei Conti Brandolin, rimanendo a custodia del carro proprio un uomo.
Si passò la seconda notte all’aperto. Il tempo era buono. Una giovane tubercolotica di Colbertaldo morì in tal notte. La mattina ripartimmo, e quando tutta la lunga colonna fu avviata, io la sorpassai in tutta ed al bivio Lago Tarzo scelsi tutti i carri che dovevano seguirmi a Tarzo, ove io rimasi fino alla liberazione.
Ed ora come si fa a narrare la dolorosa storia, il duro e terribile calvario di un anno? Ho fatto tutti i mestieri, ho sostenute dure fatiche, ho affrontati pericoli, ho lavorato giorno e notte, ho sofferto umiliazioni penosissime, tutto quello che fu possibile ottenere dal Comando Austriaco, tutto passò per le mie mani: pane, farina, granoturco, sale, carne bovina, carne di cavallo, ecc. In Tarzo vi erano ben due mila profughi appartenenti a Segusino, Valdobbiadene, S. Pietro, S. Stefano, Guia, Bigolino, Vidor, Colbertaldo, Mosnigo, Col San Martino, Moriago, Pieve di Soligo. Con l’Arciprete locale fu divisa la cura religiosa e le fatiche materiali per la distribuzione dei viveri, salvo sempre ad aiutarsi a vicenda e ad accordarsi nelle domande da farsi al Comando. Il Parroco dei profughi da una parte, aiutato da profughi, e dall’altra il Parroco locale, coadiuvato delle migliori persone del paese. La posizione mia fu criticissima.
Dovevo difendere i profughi dal nemico e dagli abitanti; mi trovavo spesso tra l’incudine ed il martello. Ben lo si comprende che il profugo non portava vantaggi, ma solo danni, ma è ben vero che in generale eravamo poco compatiti benché io mi possa chiamare fortunato: ebbi dei eri amici e per primo il parroco, troppo oggi dimenticato, e gli abitanti avevano qualche riguardo verso i profughi perché capivano che io ero alle loro difese e terminavano col dire che con me era inutile parlare perché sostenevo a spada tratta i profughi: e chi doveva sostenerli e difenderli? Il male grande era che Tarzo era troppo vicino al fronte, era centro di divisioni in riposo o di passaggio, sprovvisto di tutto. Fin da principio dovetti sostenere il peso di molte famiglie che non avevano neppure una palanca per pagare la fattura e la legna pel pane, e dovevo sempre riserbarmi nelle dispense una riserva e poi, all’imbrunire, ero in giro continuamente a portare alle famiglia più povere, sotto il mantello, un po’ di pane, così posso gloriarmi di aver consumato un impermeabile e di aver così operato un anno intero, dispiacente solo quando non lo potevo fare.
E chi può contare i viaggi ai Comandi di Cison, di Follina, di Vittorio, di Longhere per domandare da mangiare? Sempre a piedi con strade impraticabili, senza mangiare e spessissimo, mancando il passaporto venivo minacciato di essere arrestato. Quante volte mi presentai al locale Comando di Tarzo per ottenere la liberazione di poveri profughi arrestati, oppure per difenderli da requisizioni o per atri motivi! E quante umiliazioni! Un giorno veniva arrestata una giovane donna, che aveva un bambino da latte, perché non si era presentata a scopare la strada. La suocera venne da me a dirmi che se io fossi andato dal Comando a dichiarare che la donna era mia parrocchiana e che aveva un bambino da latte, l’avrebbe posta in liberà. Corsi subito dal Comando, trovai il maresciallo bestia su tutte le furie, e così l’interprete. Manifestai il motivo di mia visita, ma come due furie d’interno si scatenarono contro di me. Ed io a soggiungere che ero venuto a pregare e dir le proprie ragioni è lecito a tutti ed anche doveroso per certi casi. L’interprete bestemmiava a rotta di collo. Richiamato da me ad avere un po’ più di rispetto com’io lo rispettavo, non se ne dava per inteso e continuava.
Una mattina in Chiesa il Cappellano del 51° Reggimento mi chiama in disparte e mi domanda per latino: posso fidarmi di te? Mi giuri il segreto? Ricordati che ne va di mezzo la testa mia e tua. Avutane affermativa risposta, così si espresse: come uomini, siamo nemici, ma come sacerdoti siamo confratelli e per questo io ti avverto che i soldati ti accusano, ti calunniano presso i superiori come uno spione e vanno dicendo che tu stai bene strozzato, impiccato meglio che quello di Farra (l’arciprete di Farra era stato arrestato quando tale reggimento era a Farra). Sta all’erta, non fermarti con la gente, se devi andare da ammalati o morti, prenditi le sentinelle al fianco; altrimenti la vita ne va di mezzo. Protestai ma era inutile, era necessario tenero conto dei consigli, altro non c’era da fare. Avrei potuto fuggire a Fregona, ma temevo far peggio, e poi i profughi? E quale la causa di questa congiura? Alla porta della canonica c’era la sentinella pel Generale; i profughi che avevano bisogno di parlare con me, non potevano farlo con facilità e comodità e perciò quando io uscivo sulla strada, trovavo dieci, venti e più persone che avevano bisogno di me, ed io sapendo di non far nessun male, mi mettevo a disposizione di ognuno. I soldati, vedendo ciò, mi accusavano di sobillatore e di spionaggio. Non le dico che brutti giorni io abbia passati. Ogni mattina interrogavo il cappellano sul conto mio e mi sentivo rispondere che la situazione a mio riguardo peggiorava ogni giorno, che se quella divisione si fermava un po’ a lungo, era molto difficile che la passassi senza almeno l’internamento. Come se ciò non bastasse, un giorno verso il pomeriggio entra in casa il Cappellano della divisione che sapeva parlare un po’ l’italiano, m’incontra e mi dice: Mi manda il Maggiore, aiutante del Generale, a dirti che tu sei accusato dai soldati di essere salito sul Campanile a compiere atti di spionaggio. Protestai con tutte le forze, e sopraggiunto in quell’istante l’Arciprete locale, il Cappellano a lui si rivolse dicendo: se non sei stato tu, sarà stato l’altro sacerdote. Come due furie lo assalimmo, con incalzante protesta, che valse a far vedere la nostra innocenza. Di qui nuove e maggiori paure per me. Giunse l’offensiva, la divisione dovette partire, ed io mi sentii alquanto sollevato. Mai come in quel giorno desiderai la vittoria dei nostri, e la resistenza al Piave alla vista del nemico che, ubriacato dalla creduta vittoria e passaggio del Piave, passava superbo e baldanzoso insultando e scherzando l’Italia e deridendo il soldato italiano. Dal Municipio di Tarzo, assistendo un’ammalata, provai tale schianto nel vedere il soldato tedesco ebbro di gioia feroce, che anche oggi tremo al ricordo.
E che dovrei dirle del mio viaggio a La tisana con oltre otto persone per trovar grano? Fummo lusingati ed ingannati dal Comando di Vittorio. Quel viaggio! Il 24 Giugno ero a Latisana, e l’offensiva pel tedesco era riuscita male. Da Latisana a Casarsa a piedi e lungo il Tagliamento 40 km senza mai mangiare. In Luglio ed Agosto si soffrì più di tutto la fame e maggiore fu la mortalità. Il nemico ne fece una di buona: lasciò, non sempre senza qualche incidente di qualche arresto provvisorio, che la gente si portasse al fronte a raccogliere il frumento, seminato in grande quantità l’autunno antecedente; fu grande fortuna. Ma quanti pericoli, quanti arresti, e quante suppliche ai Comandi per la liberazione! E molto ottenni.
E come fare a narrare la lunga storia dell’oro, dell’argento per provvedere da mangiare alla popolazione nei mesi di Luglio e di Agosto? Su mille e cento persone partite da Mosnigo, nel mese di Agosto contai 30 morti.
E l’industria per non lasciar senza chi non aveva né oro, né argento ed accontentare tutti? Basti notare che dalla metà Luglio alla metà di Agosto in Tarzo, con tale industria, potemmo portare ben 120 quintali di farina, poco, dati i bisogni ed il numero della popolazione fra profughi e civile, ma nessun altro paese fu così fortunato. Ed in ciò il merito maggiore, va dato all’Arciprete di Tarzo.
Era il mese di Luglio, non ricordo più i giorni precisi, erano certamente i giorni in cui la popolazione correva ancora al fronte nel quartiere del Piave a raccogliere il frumento ed in Tarzo una sera, dal famoso Maresciallo ed interprete, sopra nominati, vennero arrestati diversi uomini, tra i quali uno di Tarzo, profugo di Segusino! Rui Mario. Era divulgata la voce che si trattava di spie italiane, che avevano tentato di passare il Piave, ma che non vi riuscirono. All’indomani la moglie del profugo arrestato venne a supplicarmi di portarmi presso il Comando per implorarne la liberazione. Vi andai subito come era mio solito e fu fortuna. Trovai il Maresciallo e l’interprete a confabulazione segreta. Da prima non si volle ricevermi, insistei, poi sentita la domanda, mi mandarono a carte quarantotto, ed io saldo fino a tanto che si calmarono un po’ ed allora il Maresciallo cominciò a dirmi che ad uno degli arrestati, non il profugo, perquisito si trovò il numero di matricola ed il numero di un colombo viaggiatore; era una spia, fu legato e condotto al Comando Supremo di Vittorio, ed ora verrà per lo meno internato e se altri motivi aggraveranno la cosa, verrà fucilato. Poi mi aggiunse che i paesi di Fregona, di Cappella e di Colle Umberto erano tenuti d’occhio perché i Comandi sapevano quivi calati molti colombi viaggiatori, non mai consegnati, e che questi paesi andranno facilmente soggetti a delle taglie e pene.
Aggiunse di essere sulle buone tracce degli altri che sfuggirono all’arresto, i connotati dei quali erano presi. Questo avveniva un sabato sera, ed alla domenica mattina dopo la Messa prima, mi vedo comparire tutta tremante una connetta da Fregona, mio paese natio, che da diversi anni non vedevo più. La riconobbi e meravigliato della sua visita, le domandai il motivo. Mi prese in disparte e mi disse di aver bisogno di me, mi domandò di mantenere il segreto e che solo di me poteva fidarsi, incaricata da altra persona. Chi era questi? Il Tenente aviatore De Carlo, calato a Fregona, ove viveva nascosto, vestito da contadino con barba incolta in casa della suddetta donna Tormasin Maria spostata a De Lucca in località “Lugera”. Questo Tenente, dopo di aver compiuto per ben tre mesi tutti gli atti di spionaggio che gli fu possibile servendosi di altre persone di Fregona e di Vittorio, si unì al suo attendente Bottecchia e ad alcuni profughi di Segusino per andare a frumento nel Piave coll’intenzione di passare il Piave. Giunse nei pressi di Vidor, tentò il passaggio, ma non vi riuscì. Nel ritorno si fermò a Tarzo e senza domandare che razza di Maresciallo e più ancora che razza di interprete c’erano in Tarzo, si mise franco in cortile con due altri. Verso le undici antim. passò il Maresciallo col fido interprete, che notò la presenza dei quattro uomini; vi ripasso un’ora dopo, ed erano ancor là, vi ripasso di nuovo piombando in mezzo ed arrestandone due: l’attendente Bottecchia ed il profugo da Segusino. Le mie informazioni, i numeri di matricola e di colombo viaggiatore si combinano coi dati che mi offre la donna, che metto a conoscenza di quanto avevo saputo sera innanzi in gendarmeria. Domando se il tenente tiene colombi, ed avutane affermativa risposta, raccomando di spedirli affinché vengano a prenderlo perché la sua vita era in pericolo, domando se può far segnalazioni agli aeroplani, che spesso volavano nel cielo di Fregona, perché facessero di tutto per discendere e prenderlo perché la sua vita era in pericolo. Poi diedi alla donna tutti gli atti di spionaggio sul Piave in riguardo alle fortificazioni e lungo il Tagliamento, che io avevo percorso da La tisana a Casarsa ad altro. Che se voleva fuggire subito (cosa più che sicura per lui), poteva andare fino a La tisana e presentarsi a nome mio dal Parroco di Ronchis, dal quale avrebbe avuto aiuti grandi per passare in Italia, dato che colà v’era un servizio di spionaggio. Poi altre notizie mandai a mezzo di mia sorella che veniva da Fregona a trovarmi ogni settimana fino a tanto che lo seppi fuggito. Intanto si incarcerò, ma non si venne a capo di nulla. Solo quando il Tenente De Carlo, col giglio maggiore della Tomasin, De Luca Mario, giunse in Italia e visitando Fregona in aeroplano, fece calare una cassettina con dei viveri e del denaro, depistata alla De Luca, quella cassettina passò, causa un incidente, per le mani del Comando, ed allora si risvegliò l’affare; ben 12 persone furono incarcerate compresa la Tomasin De Luca. Da Tarzo venivano chiamati testimoni, solo io rimasi del tutto libero. La Tomasin tacque allora, come tacque anche dopo, e ciò non va. Se quella donna avesse parlato io venivo senz’altro internato o fucilato, allora io ci sarei entrato nel caso De Carlo, ma perché la donna tacque, ed era suo sacrosanto dovere, ora non c’entro più nel caso De Carlo? E su questo punto vorrei che fosse fatta luce: quanta fosse la paura in quei giorni (eravamo in Settembre) di venir scoperto, internato e facilmente fucilato, coi precedenti a mio carico, non posso descrivere. A dar colmo in Settembre si facevano dai Comandi locali, note di sacerdoti e di persone civile e non si sapeva il perché. Erano facilmente gli ostaggi, forse le vittime della popolazione.
In Giugno, Luglio, Agosto si moriva di fame, ed io consigliavo i miei profughi a partire per altri lidi più fortunati. Ma che fare? Il Comando di Vittorio non lasciava passare nessuno, ed io riuscii a far partire circa 550 persone da Tarzo ed a salvarle così dalla morte di fame. In primo luogo io consigliava i miei profughi a trovarsi una abitazione in un paese della bassa più provveduto, senza tanti soldati, e senza profughi. Trovata la casa, s’informassero se Parroco e Sindaco andavano d’accordo tra loro, e se erano ben visti dal Comando locale. Avute io buone risposte in questi riguardi, scrivevo una lunga lettera al sacerdote del luogo facendo vedere la situazione disastrosa e terribile dei profughi, e che alla sua carità io mi rivolgevo affinché la tal famiglia fosse accolta nella sua parrocchia. Allora il Parroco, oppure il Sindaco, commossi ella mia lettera, si presentava al Comando mostrandosi disposti di accogliere in paese la tal famiglia composta di tante persone. Il Comando vi metteva il visto col timbro, poi io facevo lo stato di famiglia e con questi documenti passavano dal Comando di Vittorio, il quale tutt’al più faceva aspettare dalla mattina fino alle tre o quattro por. per l’approvazione, e poi passavano liberi. Così facendo mandai famiglie a Fregona, a Piatta, a Visinate, a Cecchini, ad Azzano, ad Azzanello, a Rovereto al Piano, a S. Vito, ecc.
Avrei tante altre cose da narrare, ma sarei troppo lungo. Ho fatto da infermiere, condussi medici tedeschi da ammalati; m’impegnai per casse da morto, assistei i più poveri e le poche persone civile perché meritavano compassione, non essendo abituate al lavoro, dispensai denari, imprestai, non so che cosa mi fosse rimasto da fare.
Ho sofferto ogni sorta di privazione, la casa Canonica di Tarzo fu sempre sede di Divisioni: generali, colonnelli, capitani, i quali ci mandavano da una stanza all’altra, costretti alle volte a dormire per terra.
Finalmente venne la tanto sospirata liberazione. Continuai il mio lavoro dispensando i viveri che mi venivano concessi pei profughi. Subito i miei parrocchiani cominciarono a far ritorno a Mosnigo trovandosi una qualche tana, in cui riposarsi, non alla meglio, ma alla peggio. Chiamato dal Generale Squillace, ancora in Novembre, feci ritorno a Mosnigo. Nei paesi di Mosnigo, di Moriago, Vidor, Colbertaldo ero il solo sacerdote. Cominciai a Mosnigo, il lavoro di ricostruzione. Dispensai viveri gratis, ottenni dall’Autorità di prelevare dal Magazzino statale di Farra da solo, indipendentemente dal Comune, per sfuggire le differenze che facilmente potevano sorgere e le questioni. Organizzai il servizio postali, feci il postino, il medito, tutto.

Sac. Don Angelo Frare